C’è un momento, nella vita di ogni pescatore della Galilea, in cui la barca torna a riva e le mani si posano su una pietra levigata dall’acqua, sempre la stessa, giorno dopo giorno. Duemila anni fa, quella pietra apparteneva al porto di Cafarnao. Oggi, per la prima volta dopo secoli, quella stessa pietra è tornata visibile.
Negli scorsi mesi, l’abbassamento del livello del Lago di Tiberiade — il mare di Galilea dei Vangeli — ha riportato alla luce una sezione dell’antico porto romano di Kfar Nahum, il nome ebraico di Cafarnao. Gli archeologi, riporta Avvenire, hanno individuato file parallele di grandi pietre in basalto, distanziate di tre o quattro metri: non un semplice pontile lineare come quelli moderni, ma un sistema articolato di banchine con insenature, pensate per accogliere una o due imbarcazioni di pescatori alla volta.
Perché Cafarnao non è un luogo qualunque
Per chi conosce i Vangeli, Cafarnao non ha bisogno di presentazioni. È la città che l’evangelista Matteo definisce senza esitazioni “la sua città” (Mt 9,1) — la città di Gesù. Dopo aver lasciato Nazareth, Gesù si stabilì proprio qui, sulla riva nord-occidentale del lago, e da questo piccolo villaggio di pescatori iniziò la sua predicazione in Galilea.
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È a Cafarnao che Gesù chiamò i suoi primi discepoli — pescatori come Simon Pietro e Andrea, sorpresi mentre gettavano le reti proprio in quelle acque che oggi si sono ritirate. È qui che, secondo il Vangelo di Marco, un paralitico fu calato dal tetto di una casa per essere guarito da Gesù, tanta era la folla che si accalcava all’ingresso (Mc 2,1-12). Ed è qui, sotto i resti di un’antica sinagoga, che gli scavi hanno identificato quella che la tradizione cristiana riconosce come la casa di Pietro.
Cosa cambia con questa scoperta
Gli studiosi sono ancora al lavoro per datare con precisione la struttura e comprenderne l’uso esatto nel corso dei secoli. Ma il valore di questo ritrovamento non sta tanto nel “provare” un miracolo — l’archeologia non funziona così, e non è mai stato il suo compito — quanto nel restituire concretezza a un mondo che per molti resta fatto solo di parole scritte duemila anni fa.
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Supporta la Missione →Ogni volta che una banchina di pietra riemerge dal fango di un lago, quella stessa Galilea raccontata nei Vangeli smette di essere soltanto uno sfondo narrativo e torna a essere un luogo reale, fatto di barche vere, di reti vere, di pescatori che tornavano a riva ogni sera esattamente in quel punto. È lo stesso principio che ha guidato decenni di scoperte simili in Terra Santa: non prove dei miracoli, ma conferme del contesto — pietre, iscrizioni, strade, edifici — che rendono più solida, più tangibile, la cornice storica in cui quegli eventi sono avvenuti.

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C’è qualcosa di profondamente consolante nel sapere che, quando preghiamo pensando a Gesù che cammina lungo il lago, non stiamo immaginando un luogo di fantasia. Quella riva esiste ancora. Quelle pietre, sepolte per secoli sotto l’acqua, sono tornate a vedere il sole — quasi a ricordarci che la fede cristiana non si fonda su un mito senza tempo né luogo, ma su una storia accaduta in un posto preciso, a persone precise, con nomi, mestieri e volti.
Forse è proprio questo il dono più grande di scoperte come questa: non tanto la conferma archeologica in sé, quanto l’invito silenzioso a tornare, con la mente e con il cuore, su quella riva del lago — dove tutto, per i primi discepoli, ebbe inizio.
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