Il Vangelo di oggi, Matteo 18,21-35; 19,1, ci mette di fronte a una delle domande più umane che si possano fare: quante volte devo perdonare chi mi ha fatto del male?

È Pietro a porre la questione, e lo fa già con una certa generosità nel cuore: propone sette volte, un numero che nella cultura del tempo aveva già un sapore di abbondanza, quasi di perfezione. Ma Gesù lo sorprende con una risposta che non è un numero, è una visione del mondo completamente diversa: settanta volte sette. Non un calcolo, ma la fine di ogni calcolo.

Per aiutare a capire questa vertigine, Gesù racconta una storia. C’è un re che decide di fare i conti con i suoi servitori. Uno di loro gli deve una somma astronomica, impensabile da restituire in una vita intera. L’uomo cade in ginocchio, supplica, e il re — mosso a compassione — gli condona tutto. Tutto. Non dilaziona il debito, non tratta, lo cancella.

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Ma quello stesso servo, appena uscito, incontra un collega che gli deve una cifra minuscola in confronto. Lo afferra per il collo, non ascolta le sue suppliche — identiche alle proprie — e lo fa gettare in prigione. Gli altri servi, testimoni della scena, rimangono sconvolti e riferiscono tutto al re. Il padrone allora richiama il servo ingrato e lo consegna ai carcerieri, finché non avrà pagato fino all’ultimo centesimo.

Gesù chiude il racconto con una parola che pesa: il Padre farà lo stesso con noi, se non perdoniamo di cuore i nostri fratelli. E poi, quasi in sordina, Matteo annota che Gesù lascia la Galilea e si mette in cammino verso la Giudea.

C’è qualcosa di scomodo in questo Vangelo, e sarebbe disonesto non ammetterlo. Non parla di un perdono facile, da distribuire con leggerezza. Parla di qualcosa che costa, che richiede di guardare in faccia la misura del bene che abbiamo ricevuto prima di misurare quello che siamo disposti a dare.

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Il servo della parabola non è un mostro. È semplicemente un uomo che non ha lasciato che la grazia ricevuta cambiasse davvero qualcosa dentro di lui. Ha vissuto il perdono del re come un fatto contabile — debito cancellato, pagina voltata — senza che quella cancellazione lo trasformasse. E così, quando si è trovato di fronte all’altro, ha risposto con i vecchi riflessi: la logica del dare e avere, del merito e della punizione.

Gesù non ci chiede di fingere che le ferite non esistano, né di chiamare “perdono” quello che è solo rimozione o indifferenza. Ci chiede qualcosa di più radicale: di tornare alla sorgente, di ricordarci di quanto siamo stati perdonati noi, e di lasciare che quella memoria cambi il modo in cui guardiamo chi ci ha fatto del male.

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Il perdono, in questa luce, non è una performance morale. È il frutto naturale di chi ha davvero capito di essere stato amato per primo, senza meritarlo. Non è un obbligo imposto dall’esterno, ma una libertà conquistata dall’interno — forse lentamente, forse con fatica, ma reale.

Settanta volte sette non è un limite superiore. È l’immagine di una vita che impara, giorno dopo giorno, a non tenere il conto.

Signore, so bene quanto sei stato paziente con me. Conosco il peso dei miei debiti e la leggerezza con cui li hai cancellati. Aiutami a non dimenticarlo quando mi trovo di fronte a chi mi ha ferito. Dammi un cuore abbastanza grande da perdonare, non perché ci riesca da solo, ma perché Tu continui a perdonarmi. Amen.