Perché nessuna sentenza umana riuscirà mai a darci la giustizia che il cuore cerca

Ci sono vicende di cronaca che dividono un Paese intero. Ognuno prende posizione, ognuno è certo di sapere da che parte stia la giustizia, e nessuno resta soddisfatto della sentenza, qualunque essa sia.

Nel luglio 2026 l’Italia si è divisa sul caso di Mario Roggero, il gioielliere piemontese condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione per aver ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo l’assalto al suo negozio, avvenuto nell’aprile 2021.

Da una parte c’è chi afferma che abbia fatto bene, ricordando che lui e la sua famiglia erano stati aggrediti e terrorizzati durante la rapina.

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Dall’altra c’è chi ricorda che i rapinatori erano già usciti dal negozio e che, secondo quanto stabilito definitivamente dai giudici, il pericolo immediato era cessato quando Roggero li inseguì e sparò.

Noi non vogliamo emettere un’altra sentenza.

Non vogliamo ignorare il trauma vissuto da quell’uomo e dalla sua famiglia. Ma non vogliamo neppure dimenticare che due persone sono morte.

Vogliamo invece porci una domanda diversa, che va molto oltre questo singolo caso: perché nessuna sentenza sembra riuscire a soddisfare completamente il nostro desiderio di giustizia?

Lo stesso reato, due dolori incomparabili

Immaginiamo due ladri. Nello stesso giorno rubano due automobili identiche, con le stesse modalità.

La prima appartiene a una persona che ha un lavoro stabile e un’assicurazione contro il furto. Il danno esiste: ci saranno spese, problemi e disagi. Ma, dopo qualche tempo, quella persona riuscirà probabilmente a sostituire l’automobile.

La seconda appartiene a una madre disoccupata con un figlio gravemente disabile. Quell’automobile è l’unico mezzo con cui può accompagnarlo in un centro specialistico fuori città. La donna non ha un’assicurazione contro il furto, non ha risparmi e non può permettersi di comprarne un’altra.

Lo stesso gesto ha prodotto conseguenze enormemente diverse.

Nel secondo caso, il ladro non ha sottratto soltanto un’automobile. Ha sconvolto la vita di una madre, ostacolato le cure di un bambino gravemente malato e gettato un’intera famiglia nella disperazione.

La legge può considerare le conseguenze di un reato e le circostanze nelle quali è stato commesso. Ma nessun codice può misurare fino in fondo tutte le onde di dolore generate da un gesto.

Perché non basta inasprire le pene

Potremmo allora pensare che la soluzione sia semplicemente aumentare tutte le pene. Se un furto può causare conseguenze tanto drammatiche, qualcuno potrebbe proporre, per esempio, vent’anni di carcere per ogni ladro d’automobili.

Ma anche questa soluzione presenta un pericolo.

Se la pena per un furto diventasse quasi paragonabile a quella prevista per crimini molto più gravi, il ladro sorpreso potrebbe pensare di non avere più nulla da perdere. Potrebbe reagire con violenza, aggredire chi tenta di fermarlo o arrivare persino a uccidere pur di evitare l’arresto.

È soltanto un esempio, naturalmente. Ma ci aiuta a comprendere perché le pene non possano essere stabilite seguendo esclusivamente la rabbia o l’emozione provocata da un singolo caso.

Devono esistere proporzione e differenze tra i diversi reati. Altrimenti il desiderio di proteggere gli innocenti potrebbe produrre conseguenze ancora peggiori per gli stessi innocenti che vorremmo difendere.

La storia ci mostra inoltre che la severità estrema non garantisce automaticamente una società più sicura. La pena di morte rappresenta la massima punizione che uno Stato possa infliggere. Eppure gli studi disponibili non hanno dimostrato che essa abbia un effetto deterrente superiore alle altre pene, e gli Stati che la applicano non registrano tassi di omicidi inferiori a quelli che l’hanno abolita.

Il limite di ogni sentenza umana

Cosa c’entra tutto questo con il caso Roggero? C’entra, perché ci mostra il limite di ogni giudizio umano.

Questo non significa che le pene non servano. Servono a proteggere la società, fermare chi costituisce un pericolo, riconoscere il male compiuto e tentare di riparare il disordine provocato dal reato.

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Ma significa che la giustizia degli uomini, per quanto necessaria, rimane inevitabilmente limitata.

Un tribunale può ricostruire i fatti, esaminare le prove e applicare la legge. Può giudicare un’azione, ma non può vedere interamente il cuore di una persona. Non può conoscere fino in fondo le sue intenzioni, la sua paura, le sue ferite, la sua libertà interiore, il pentimento e tutte le conseguenze che le sue azioni produrranno nella vita degli altri.

E soprattutto nessun tribunale può restituire completamente ciò che il male ha distrutto.

Può condannare il ladro, ma non può cancellare la sofferenza di quella madre. Può punire un assassino, ma non può restituire un figlio ai suoi genitori. Può stabilire un risarcimento, ma non può sanare ogni ferita.

È qui che nasce il grande fraintendimento: noi cerchiamo spesso nella giustizia terrena ciò che soltanto la giustizia divina può compiere pienamente.

Il fuoco che purifica: santa Caterina da Genova

Santa Caterina da Genova, nel suo Trattato del Purgatorio, descriveva la purificazione dell’anima non semplicemente come un castigo inflitto dall’esterno, ma come un fuoco interiore. L’anima, posta davanti all’amore infinito di Dio, comprende finalmente la verità del proprio peccato: non è Dio a condannarla, è lei stessa che, vedendosi in quella luce, desidera purificarsi prima di presentarsi a un amore così puro.

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Possiamo allora provare a immaginare cosa significhi vedere la nostra vita con gli occhi di Dio.

Comprendere fino in fondo il dolore provocato da ogni nostra parola. Sentire la ferita causata da una nostra umiliazione. Vedere le conseguenze di una menzogna, di un tradimento, di un abbandono o di un gesto di violenza. Non soltanto il male enorme che scandalizza il mondo, ma anche quel male più piccolo che abbiamo dimenticato e che, forse, ha continuato a vivere nel cuore di un’altra persona.

E se questa consapevolezza può essere dolorosa per le nostre mancanze quotidiane, possiamo soltanto intuire che cosa significhi per chi ha consapevolmente distrutto molte vite.

Non presentiamo questa immagine come una descrizione certa di ciò che avviene dopo la morte. È una riflessione che ci aiuta a comprendere una verità: davanti a Dio nulla del male compiuto viene ignorato, ma nulla viene neppure separato dalla sua misericordia.

L’unica giustizia davvero giusta

La giustizia divina non è una vendetta infinitamente più feroce della nostra. È la manifestazione completa della verità.

Dio vede il dolore della vittima che nessuno ha compreso. Ma vede anche il cuore del colpevole, la sua responsabilità reale, la possibilità del pentimento e quella parte della sua storia che nessun essere umano conosce.

Solo in Lui giustizia e misericordia possono incontrarsi senza contraddirsi.

Non giudici, ma testimoni

Possiamo discutere della condanna inflitta a Mario Roggero. Possiamo considerarla giusta o sproporzionata. Possiamo chiedere che sconti la sua pena oppure ritenere opportuna la grazia. È legittimo discutere delle leggi e del modo in cui vengono applicate.

Ma, come cristiani, dobbiamo ricordare una cosa: i giudici non sono Dio. Ma nemmeno noi lo siamo.

Non conosciamo interamente il cuore di Mario Roggero. Non conosciamo interamente il cuore degli uomini entrati nel suo negozio. Possiamo giudicare gli atti, riconoscere il male e chiedere giustizia. Ma non possiamo pronunciare una sentenza eterna sulle persone.

Di fronte a una vicenda tanto dolorosa, forse la risposta più cristiana non consiste nel gridare più forte degli altri. Consiste nel chiedere giustizia per le vittime, protezione per gli innocenti, misericordia per chi ha peccato e luce per coloro che sono chiamati a giudicare.

Perché un giorno tutti noi avremo bisogno della giustizia di Dio. E tutti avremo infinitamente bisogno della sua misericordia.


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Il tema della purificazione dell’anima e di ciò che accade quando la nostra vita viene posta davanti alla verità di Dio è al centro del libro L’Istante della Verità, che parte proprio dalle riflessioni di santa Caterina da Genova.