Il Vangelo di oggi è tratto da Giovanni 11,19-27.

È passato qualche giorno dalla morte di Lazzaro. La casa di Marta e Maria è ancora piena di gente venuta da Gerusalemme a portare conforto alle due sorelle. C’è quel silenzio pesante che si conosce bene nelle case in lutto, quando le parole sembrano sempre insufficienti e ci si siede accanto agli altri senza sapere bene cosa dire.

Quando Marta sente che Gesù sta arrivando, non aspetta. Si alza e gli va incontro, mentre Maria rimane seduta. È un gesto che dice tutto del suo carattere: impulsiva, diretta, incapace di stare ferma. Ma quello che le esce dalla bocca non è un rimprovero né una preghiera composta. È qualcosa di più grezzo e più vero: “Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto.” Parole che bruciano, parole che non cercano di nascondere il dolore.

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Eppure, subito dopo, qualcosa si muove in lei. Aggiunge che sa che qualunque cosa Gesù chieda a Dio, Dio gliela concederà. È una fiducia fragile, incerta, che non sa ancora dove la porterà. Non è la fede trionfante dei discorsi. È la fede di chi piange e spera allo stesso tempo.

E allora Gesù le dice qualcosa di sconvolgente: che lui stesso è la risurrezione e la vita. Non un evento futuro, non una promessa lontana. Lui, adesso, lì davanti a lei. E le chiede se ci crede. Marta risponde con una delle professioni di fede più belle di tutto il Vangelo di Giovanni: “Sì, io ho creduto che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio.”

Quello che colpisce di questo brano è la sua umanità disordinata. Marta non arriva composta. Arriva con il dolore addosso, con la domanda che forse avrebbe preferito non fare, con una speranza che non riesce ancora a definire bene. E Gesù non la corregge, non la invita a stare calma. Le parla. Le risponde. La prende sul serio.

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Quante volte anche noi arriviamo a Dio così: con qualcosa che ci brucia dentro, con un dolore che non riusciamo a mettere a posto, con una domanda che suona quasi come un’accusa. “Se tu fossi stato qui…” È una preghiera che conosciamo, anche se non la diciamo ad alta voce. La preghiera di chi ha aspettato e non ha visto arrivare quello che sperava.

Gesù non si offende di questo. Non chiede a Marta di cambiare tono. Le offre invece qualcosa di inatteso: se stesso. Non una spiegazione, non una consolazione generica. Una presenza che è, in sé, già risposta. “Io sono la risurrezione e la vita” significa che il problema della morte — ogni morte, non solo quella di Lazzaro — passa attraverso di lui.

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Credere in questo non vuol dire smettere di soffrire o di fare domande difficili. Marta continua a piangere, Maria continuerà a piangere, e Gesù stesso piangerà con loro poco dopo. La fede non anestetizza il dolore. Ma cambia il terreno su cui ci si trova a stare in piedi, anche nei giorni più duri.

La domanda che Gesù rivolge a Marta — “Credi tu questo?” — non è una verifica. È un invito. Un invito a non fermarsi al lutto, a non chiudersi nella stanza dove tutto è immobile. È un invito a lasciare che la speranza abbia finalmente un nome.

Signore Gesù, nei giorni in cui il dolore parla più forte della speranza, aiutaci a fare come Marta: ad alzarci e venirti incontro, anche quando le parole che abbiamo da dirti sono dure e imperfette. Tu sei la risurrezione e la vita. Fa’ che questa certezza, anche piccola e fragile, sia abbastanza per continuare a camminare. Amen.